Dopo dodici anni, ancora un allievo

20/03/2014 – 20/03/2026. "Poche settimane dopo il mio arrivo in missione in Rwanda, dodici anni fa, un
missionario europeo, non lontano da Nyanza, celebrava cinquant’anni di servizio
in questo Paese. Non ero presente alla celebrazione, ma le sue parole sono giunte
ugualmente fino a me e da allora mi tornano spesso alla mente.
Nel suo intervento quel missionario ha detto, piu o meno, che dopo tre anni aveva
avuto l’impressione di conoscere ormai il Paese e la sua gente. Dopo sette anni era
convinto di conoscerli molto bene. E oggi, dopo cinquant’anni, si rendeva invece
conto di conoscerli appena.
Quando ho conosciuto quelle parole, ero qui da poco. Tutto mi appariva nuovo: la
lingua che cercavo di afferrare, la cultura ricca di sfumature sottili che non si
imparano nei libri, il ritmo della vita che non e scandito dall’orologio, ma dalle
relazioni. Ero pieno di entusiasmo, di energia e di idee sulla missione. Si arriva con
il desiderio di aiutare, di offrire soluzioni, di essere utili. Uno pensa che, con
impegno e buona volonta , si riuscira pian piano a comprendere le cose. Sapevo di
non essere venuto per fare al posto di qualcuno, ma insieme a qualcuno: non per
costruire edifici, ma per contribuire alla formazione della personalita e del
carattere.
Da allora opero nel Centro Sant’Antonio di Nyanza, dove da dieci anni vivo e lavoro
con i bambini di strada. Ognuno di loro porta con se una storia unica. I ragazzi
spesso nascondono le ferite dietro atteggiamenti di sfida; le ragazze imparano a
custodire il dolore nel profondo. La strada ha lasciato il segno su tutti loro. Le ferite
si possono curare, ma le cicatrici restano.
All’inizio mi sembrava di sapere di cosa avessero bisogno: sicurezza, una vita
ordinata, la scuola, regole chiare, incoraggiamento. E anche ora devo dire che tutto
questo e davvero importante. Con il tempo pero ho compreso che dietro ogni
comportamento si cela una storia piu profonda. Dietro la rabbia, si nasconde spesso
la paura. Dietro la menzogna, il tentativo di difendersi. Dietro la fuga, il desiderio di
una vita senza limiti. E dietro l’apparente indifferenza puo esserci l’esperienza di
una fiducia tradita.
La mia esperienza e fatta di luci e ombre. Ci sono momenti di grande gioia: quando
un bambino torna da scuola con un buon risultato, quando riesce a riconoscere un
errore e a chiedere perdono, quando impara ad assumersi la responsabilita delle
proprie scelte. E motivo di gioia anche vedere nascere tra i bambini amicizie vere,
non piu dettate dalla paura o dal bisogno di sopravvivere, ma dalla fiducia e dal
sostegno reciproco. Ma ci sono anche giorni di impotenza, quando constato il
ritorno a vecchie abitudini, fallimenti, fughe, inganni, delusioni. A volte sembra che
tutto proceda in avanti, altre volte che siamo fermi, o addirittura che si torni
indietro.

Poco a poco sto imparando che il cambiamento non si puo imporre. Possiamo
creare uno spazio, offrire aiuto, restare accanto, ma la decisione deve maturare
dentro la persona. La liberta non puo essere aggirata ne con l’educazione, ne con le
migliori intenzioni.
Questa missione mi sta insegnando la pazienza. Mi insegna che le relazioni contano
piu dei risultati. Che le risposte non arrivano sempre subito. Che il silenzio non e
vuoto, ma spazio. Progressivamente ho imparato che non basta comprendere le
parole: bisogna imparare a leggere tra le righe, a cogliere i piccoli gesti, a rispettare
la sensibilita dell’altro.
Piu a lungo vivo qui, piu mi rendo conto che ne un Paese, ne una persona si possono
conoscere fino in fondo. Il Rwanda non e soltanto storia e numeri. E una memoria
che vive nelle famiglie. E la capacita di sorridere anche dopo esperienze dolorose.
E un forte senso di appartenenza: qui nessuno vive soltanto per se . La vita del
singolo si intreccia naturalmente con quella della comunita , e ognuno porta la
propria parte di responsabilita verso gli altri. E i bambini con cui viviamo non sono
un progetto, ne una statistica. Sono nomi e volti concreti, storie reali che crescono
e maturano secondo il proprio ritmo.
Dopo dodici anni non penso di sapere abbastanza. Piuttosto comincio a intuire
quante cose restano nascoste. Queste righe non vogliono essere la celebrazione
degli anni trascorsi, ne il bilancio di successi e fallimenti. Sono piuttosto una sosta
lungo il cammino, una verifica del tratto percorso, un tentativo di testimonianza.
Questa esperienza mi insegna infatti l’umilta : davanti al Paese, alle persone e anche
a me stesso.
Le parole di quel missionario, dopo cinquant’anni di servizio, oggi comincio a
comprenderle attraverso la mia esperienza. Forse il segno piu autentico della
maturita non e la sicurezza, ma la consapevolezza dei propri limiti. La disponibilita
a riconoscere di essere ancora un allievo: allievo di questo Paese, di questa gente,
dei bambini e delle situazioni quotidiane, che insegnano piu di qualsiasi manuale.
In questi anni mi sono reso conto che la conoscenza nasce lentamente, nella vita
condivisa di ogni giorno. Piu a lungo ci rimani, piu ti accorgi quanto poco sai. E
tuttavia si scopre anche che, pur non avendo risposte per tutto, si puo restare
accanto, accompagnare con pazienza e non arrendersi. Proprio in questa tensione
tra il non sapere e la fedelta trovo il senso della mia missione e del camminare
umilmente con il mio Dio (cfr. Michea 6,8)." 

Scrive:  P. Vlastimil Chovanec, rcj 

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